You can find the Italian version of this article below.

When, last summer, I was strolling on the small yet welcoming seafront of Porto Ercole, one of the Argentario’s and southern Tuscany’s pearls, I suddenly stumbled across Liliana Cavani. She was involved in a quiet and itinerant conversation with a friend of hers, and I would gladly had shaken her hand to thank her for her great and prolific cinema.

But then, the respect for her privacy prevaled, and I decided not to bother her. I can’t tell if that was the right choice, but what’s done is done.

Later that day, when I came home, something just clicked inside me: I abandoned my self to personal filmic memories, in which the director from Carpi occupies a significant space.

I will share with you some of those memories.

Let’s start with my first cinematographic interview as a journalist (and one of my first interviews in general), published in the December of 1989 on a company news outlet that doesn’t exist anymore, ‘Il Punto del Consiag‘. I still remember when, in a room adjacent to the entrance of the mythic SpazioUno cinema in Florence, I sat with her at a small table… Me, that I had published less than a hundred articles, with her, presenting her Francesco with Mickey Rourke!

I must say that, at that time, she demostrated all of her greatness, without accomodating the needs of an interview rookie as I was back then. But, now, with the infamous hindsight, I must say that she did the right thing. On the spot, I must admit it, I was a little upset with some of her answers and with her tone; but now, I know that it helped me growing professionally. In fact, later, I would become much more expert in interviewing, and I would collect terrific names, going from Alberto Sordi to Nino Manfredi, from William Friedkin to Ligabue, just to name a few.

The second memory is, to be fair, a little festival of memories. I haven’t loved all of Cavani’s films; however, those to which I dedicated my cinephile feelings and emotions, left a great mark inside me during my high school and university years. I think, in particular, about her great successes between the Seventies and the Eighties of the Twentieth Century: Il portiere di notte (The Night Porter, 1974), Al di là del bene e del male (Beyond Good and Evil, 1977) and La Pelle (The Skin, 1981). Intense afternoons, before and after the projections, made of comments and enthusiastic outbursts with a friend who shared my cinematographic infuatuation (next to the other one, even stronger, for Federico Fellini), the research of books that started all: it was back then that I read Friedrich Nietzsche’s philosophical essay from 1886 and the powerful Curzio Malaparte’s novel from 1949.

Liliana Cavani’s success would then obviously overstep the impressions from the youth of this foolish cinephile that is writing.

And her success – and I’m coming to the point – was and is founded on the short filmic storytelling. The first works directed by the Emilian director were, in fact, six short films.

From 1961 are La vita militare (The military life), Gente di teatro (Theatre people), L’uomo della burocrazia (The man of the bureaucracy) and Assalto al consumatore (Assault on the consumer) – which are four episodes from the small screen series Racconti dell’Italia di ieri (Tales of yesterday’s Italy), and Incontro notturno (Night meeting). From 1962 is, instead, La battaglia (The battle), selected at the San Sebastian Festival and winner of the Golden Ciak Award as Best End of Two-Year Period Essay at the Centro Sperimentale di Cinematografia.

It is from short film’s dimension that Cavani’s art was born, that art that we admired until the monumental (three hours and twenty minutes) Francesco, 2014, for the television screen – until now, her last directing work.

To her, who found her way into micro and macrocosm of the narrative of images (she will go back to short film also in 2012 with Clarisse, presented out of competition at the International Exhibition of Cinematographic Art of the Venice Biennale, where it won the Pasinetti Award); to her and to her next project (she’s born in 1933!) to make a movie out of the book L’ordine del tempo, written by the theoretical physicist Carlo Rovelli (another big), I look up with admiration. I’m sure she won’t disappoint me.

— ITALIAN (ORIGINAL LANGUAGE) —

Quando, la scorsa estate, passeggiando sul piccolo ma accogliente lungomare di Porto Ercole, una delle perle dell’Argentario e della Toscana meridionale, mi sono improvvisamente imbattuto in Liliana Cavani, pure lei in tranquilla e itinerante conversazione con un’amica, le avrei stretto volentieri la mano per ringraziarla del suo grande e prolifico cinema.

Poi ha prevalso il rispetto della privacy e ho preferito non disturbarla. Non so se ho fatto la scelta giusta, però ormai è andata così.

Più tardi, tornato a casa, mi è scattato qualcosa dentro e mi sono abbandonato ai ricordi filmici personali, all’interno dei quali la regista di Carpi occupa uno spazio assai significativo.

Ve ne racconterò un paio.

Inizio con la mia prima intervista cinematografica da giornalista (una delle primissime in generale), uscita nel dicembre del 1989 su una testata aziendale che ora non esiste più, ‘Il Punto del Consiag’. Rammento ancora quando, in una saletta adiacente all’ingresso del mitico cinema SpazioUno di Firenze, mi accomodai con lei a un tavolino, io che allora avevo pubblicato meno di cento articoli, lei che presentava il suo Francesco con Mickey Rourke!

Devo dire che, in quel frangente, dimostrò tutta la sua grandezza senza venire incontro più di tanto all’allora pivellino di interviste che ero, ma, adesso, con il famigerato e famoso senno di poi, posso dire che fece bene. Sul momento, lo ammetto, ci rimasi un po’ male per alcune sue risposte e per il tono, però ora so che mi aiutò a crescere professionalmente. Infatti, in seguito, sarei diventato molto, ma molto più esperto nelle interviste, collezionando nomi da brivido, da Alberto Sordi e Nino Manfredi a William Friedkin e Ligabue, tanto per citarne alcuni.

Il secondo ricordo è, in realtà, un piccolo festival di ricordi. Non ho amato tutti i film della Cavani, tuttavia quelli ai quali ho dedicato i miei sentimenti e le mie emozioni di cinefilo hanno lasciato in me un segno profondo proprio negli anni determinanti della mia formazione liceale e universitaria. Penso soprattutto ai suoi grandi successi a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta del Novecento: Il portiere di notte (1974), Al di là del bene e del male (1977) e La pelle (1981). Pomeriggi intensi prima e dopo le proiezioni, commenti e slanci entusiasti con un’amica che condivideva questa infatuazione cinematografica (accanto all’altra, più potente, per Federico Fellini), la ricerca dei libri di partenza: fu allora che lessi il saggio filosofico di Friedrich Nietzsche del 1886 e il potente romanzo di Curzio Malaparte del 1949.

Un successo, quello di Liliana Cavani, che poi ovviamente travalicherà le impressioni giovanili di questo folle cinefilo che scrive.

Un successo – e vengo al punto – che si fondava e si fonda sul racconto filmico breve. Le prime opere dirette dalla cineasta emiliana sono, infatti, sei cortometraggi.

Al 1961 risalgono La vita militare, Gente di teatro, L’uomo della burocrazia e Assalto al consumatore, quattro episodi della serie per il piccolo schermo Racconti dell’Italia di ieri, e Incontro notturno, mentre del 1962 è La battaglia, selezionato per il Festival di San Sebastian e vincitore del Premio Ciak d’oro come miglior saggio di fine biennio al Centro Sperimentale di Cinematografia.

È quindi dalla dimensione del cortometraggio che nasce l’arte della Cavani che abbiamo ammirato fino al monumentale (tre ore e 20 minuti) Francesco televisivo del 2014, al momento la sua ultima regia.

A lei, che ha saputo sempre orientarsi nel micro e nel macrocosmo della narrazione per immagini (tornerà al corto anche nel 2012 con Clarisse, presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove vinse il Premio Pasinetti), a lei e al suo prossimo progetto (è una classe 1933!) di trarre un film dal libro L’ordine del tempo del fisico teorico Carlo Rovelli (altro big), guardo con curiosità e ammirazione. Certo che non mi deluderà.