Cover picture by Andrea Paoletti
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We met him in Florence, where his latest film – with Giovanni Esposito as the protagonist – was triumphant at Stenterello Film Festival della Commedia d’Autore (arthouse comedy), held at Limonaia di Villa Strozzi in early September with the artistic direction of Andrea Muzzi and Gianmarco Nucciotti. He is Gianluca Ansanelli, director and screenwriter, and the work we are talking about is ‘Benvenuti in casa Esposito‘, which gained several awards, including best film and best actor.

Ansanelli’s success, however, was born with his first film from 2009, the short film ‘Autovelox‘ with Nicolas Vaporidis, Eros Galbiati and Armando De Razza, produced by Ministero della Gioventù and Lotus Film, distributed in cinemas by Medusa and then presented at Giffoni Film Festival in its complete version.

Ansanelli with Zoi and Esposito at Stenterello Film Festival

“It’s a short film that, over the years, became viral – explains the director –, which was realized as a disincentive to young people to drive at high speed, as it’s the leading cause of death in the youthful age. It’s a comedy which is also fun, but with a very clear message. It won the Maremetraggio, an award which goes only to short films that already won other prizes before. A film which had an important life on the internet, with 600.000 shares, so at least 6 million views! It was my debuting work and, armed with this, I went and ask to realize a proper film: the short came out well and was a good ‘lockpick’, although my first feature film – ‘All’ultima spiaggia‘, 2012 – was a comedy. You see, I came from cabaret and so I liked to build quite a peculiar operation”.

After debuting, came ‘Troppo napoletano‘ (2016) and then the boom with ‘Benvenuti in casa Esposito‘ (2021).

What’s your opinion on short films?

“Short films are, in some ways, even more difficult than full-length films: you must synthesize in order to construct something effective in just a few minutes. What I can see is that sometimes people get there with performance anxiety: it often happens that the directors, in their shorts, want to show directorial or aesthetical virtuosities. To me, instead, the most important thing is the art of telling stories, the tale, getting at the right time all the sensations that the writing bears. This also applies to feature films: I don’t agree with virtuosities for its own sake, they remind me of very good actors hamming it up, as they are indeed doing useless virtuosities. This also happens often in short films: they overdo and risk of doing too much to show everything. I, on the contrary, like to work in subtraction, with strictness and sobriety”.

Autovelox

Will there be other short films in your future?

“Why not? Today I’m less interested in that, but you never know: if a project deserves it, it is always worth realizing it. And the short film is even more modern than feature film, with its ‘snacker’ fruition than the cinema, it lends itself better for social media and for becoming viral. However ugly it looks, today you can watch a movie on your smartphone too and, in this regard, the short film can be the winning format, because accessible on the net”.

Then why do short films have so many distribution difficulties?

“Because, in the ocean of short films, you must find the high-quality ones. A short film is a product that can be realized even with little money or at zero cost and, in the mare magnum, you must fish up the works with a dignity. It’s a ‘big flea market’, like the clothing crate at supermarkets: out of it can also come a beautiful piece of clothing which went around the world and ended up there. In fact, this problem also involves feature films because our editorial line, as an industry, erroneously confuses culture with entertainment: cinema is and must remain a product for entertaining, it must be an entertainment before, and then can become culture, it must be cinema before and then we can see if it also has a cultural aspect. At Venezia cannot win a documentary, something is semantically wrong, we are not agreeing on the meaning of the world ‘cinema’: if that’s a cinema festival, it cannot be won by a documentary, because it’s not a film but a documentary”.

Troppo napoletano movie poster
— ITALIAN VERSION —

Lo abbiamo incontrato a Firenze, dove il suo ultimo lungometraggio – protagonista Giovanni Esposito – ha trionfato allo Stenterello Film Festival della Commedia d’Autore, svoltosi alla Limonaia di Villa Strozzi ai primi di settembre, sotto la direzione artistica di Andrea Muzzi e Gianmarco Nucciotti. Lui è il regista e sceneggiatore Gianluca Ansanelli e l’opera in questione è ‘Benvenuti in casa Esposito‘, che ha portato a casa vari premi, fra cui quelli per il miglior film e il miglior attore.

Ma il successo di Ansanelli nasce fin dal primo film, del 2009, il corto ‘Autovelox‘, con Nicolas Vaporidis, Eros Galbiati e Armando De Razza, prodotto da Ministero della Gioventù e Lotus Film, distribuito in sala da Medusa e poi presentato al Giffoni Film Festival nella versione completa.

Locandina de All’ultima spiaggia

“Un corto che, negli anni, è diventato virale – racconta il regista –, che fu realizzato come disincentivo ai giovani a guidare ad alta velocità, principale causa di morte nell’età giovanile, una commedia anche divertente, ma con un messaggio molto chiaro. Vinse il Maremetraggio, un premio che va solo a corti che hanno già ottenuto precedentemente altri riconoscimenti. Un film che ha avuto anche una vita importante in rete, con ben 600.000 condivisioni, quindi almeno 6 milioni di visualizzazioni! Fu il mio lavoro di esordio, forte del quale andai a chiedere di realizzare un film vero e proprio: il corto era venuto molto bene e fu un buon ‘grimaldello’, benché il primo lungometraggio – ‘All’ultima spiaggia‘, del 2012 – sia poi stato una commedia. Sai, io venivo dal cabaret e mi piacque costruire un’operazione abbastanza singolare”.

Dopo l’esordio, arrivò ‘Troppo napoletano‘ (2016) e quindi il boom di ‘Benvenuti in casa Esposito‘ (2021).

Qual è la tua opinione sui cortometraggi?

“I corti, per certi versi, sono anche più difficili del lungometraggio: devi sintetizzare per costruire qualcosa di efficace in pochi minuti. Quello che vedo è che molte volte ci si arriva con un po’ di ansia da prestazione: i registi spesso, nel loro corto, vogliono mostrare virtuosismi registici o estetici. Secondo me, invece, la cosa più importante è l’arte di saper raccontare, il racconto, far arrivare nel momento giusto tutte le sensazioni che la scrittura deve portare con sé. E questo vale anche per i lungometraggi: non sono d’accordo con i virtuosismi fini a se stessi, mi ricordano gli attori molto bravi quando gigioneggiano, fanno, appunto, virtuosismi inutili. Ciò accade spesso nei corti: si vuole strafare, rischiando di fare troppo per far vedere tutto. A me, invece, piace lavorare in sottrazione, con rigore e sobrietà”.

Ci sono altri corti nel tuo futuro?

“Perché no? Oggi sono meno interessato, ma non è detto: se c’è un progetto che merita, vale sempre la pena realizzarlo. Il corto è anche più moderno del lungometraggio, con la sua fruizione più ‘snack’ del cinema, si presta meglio ad andare sui social, a diventare virale. Per quanto brutta questo possa sembrare, i film oggi si guardano anche sugli smartphone e, in questo senso, il corto può essere il formato vincente perché fruibile dalla rete”.

Locandina de Benvenuti in Casa Esposito

E allora perché i cortometraggi incontrano tante difficoltà di distribuzione?

“Perché, nell’oceano dei corti, devi riuscire a scovare quelli di qualità. Il corto è un prodotto che si realizza anche con pochi soldi o a costo zero e, nel mare magnum, devi pescare le opere che hanno una loro dignità. È un ‘grande mercatino’, come la cesta dei panni dei supermercati, dalla quale viene fuori anche il bel capo che ha fatto il giro del mondo ed è finito lì. In realtà, questo problema riguarda pure i lungometraggi, perché la nostra linea editoriale, come industria, confonde erroneamente la cultura con l’intrattenimento: il cinema è deve rimanere un prodotto di intrattenimento, prima deve essere intrattenimento e poi può diventare cultura, prima deve essere cinema e poi vediamo se ha pure un aspetto culturale. A Venezia non può vincere un documentario, c’è qualcosa che non va, semanticamente, non ci siamo intesi sul significato della parola ‘cinema’: se quello è il festival del cinema non può vincerlo un documentario, perché non è un film, ma un documentario”.